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Autismo, storia e definizione del disturbo

Il disturbo autistico è stato inserito tra i disturbi generalizzati dello sviluppo, ovvero tra i disturbi caratterizzati da una grave generalizzata compromissione in diverse aree dello sviluppo, nelle DSM-IV pubblicato nel 1994.

 Fu uno psichiatra svizzero ad utilizzare il termine autismo per la prima volta nel 1908 facendo riferimento ad una particolare forma di ritiro dal mondo, generata dalla schizofrenia, si tratta di Bleuler.

Più avanti, nel 1943, Kanner parlo di autismo infantile precoce per delineare un complesso di sintomi presenti in un gruppo di undici bambini, nove maschi e due femmine.Il termine infantile, però, ha generato una forte ambiguità della nozione. Si è, infatti, per molto tempo creduto che l’autismo fosse una forma infantile della schizofrenia, che potesse cambiare strutturalmente con l’età adulta, quando invece si tratta di una condizione che perdura per tutta la vita.

L’aggettivo infantile è, infatti, scomparso nelle recenti versioni delle DSM.I bambini osservati da Kanner mostravano sintomi diversi e comportamenti unici, come la abitudinarietà (infatti anche lievi cambiamenti delle loro routine e del loro ambiente provocavano nei bambini agitazioni e sofferenza); lo sviluppo anormale del linguaggio, con ritardi nel parlare o produzione linguistica limitata alla ripetizione di parole altrui e il rifiuto del contatto sociale, con una tendenza a isolarsi.Il comportamento di questi bambini non coincideva con nessun’altra caso riscontrato finora da psichiatri e psicologi.Kanner utilizzò la parola autistico per descrivere l’incapacità di rapportarsi con gli altri e il desiderio di essere lasciati soli, descrisse i genitori di questi bambini come “freddi ed eccessivamente intellettuali”, pure affermando a conclusione del suo articolo del 1943, intitolato Disturbo autistico del contatto affettivo, che la causa del disturbo era probabilmente di natura congenita.

L’etichetta di “genitori frigorifero”, cognata proprio da Kanner, ha pesato per anni sulle spalle di tante madri e padri, ricorrendo in modo assolutamente ingiustificato anche in tempi recentissimi. 

Kanner evidenziò anche l’esistenza di isole di abilità nei bambini osservati, cioè di competenze di buon livello. Queste capacità riguardavano soprattutto l’ambito delle abilità visuo-spaziali, la capacità di memoria automatica, una buona predisposizione per la musica, il disegno, per la matematica in alcuni. 

Tutto questo portò Kanner a ritenere che i bambini fossero dotati di una buona intelligenza e che la loro evoluzione potesse essere positiva.

Asperger, quasi contemporaneamente a Kanner ma indipendentemente da lui, utilizzò il termine autistichem psychopathen per definire un disturbo che interessava una determinata popolazione infantile con sintomatologia in gran parte simile a quella descritta da Kanner, ma come capacità cognitive nettamente superiori e senza alterazione del linguaggio, se si esclude la funzione pragmatica dello stesso.

I bambini osservati (inizialmente quattro, con età compresa tra i 6/11 anni) presentavano difficoltà nella capacità di comunicare, di iniziare a gestire una conversazione, di utilizzare un’adeguata prosodia e di accompagnare e supportare la produzione verbale con gesti espressivi, ma nessuna difficoltà di tipo fonologico, grammaticale, sintattico semantico.

Anche Asperger evidenziò le difficoltà nell’adattamento sociale dei suoi soggetti e dedicò particolare attenzione alle loro stereotipie motorie, linguistiche e alla marcata resistenza al cambiamento. Asperger, inoltre, sottolineò dal punto di vista affettivo una difficoltà generalizzata nel riconoscimento e nella gestione adeguata delle emozioni, carenza di empatia e incapacità di regolare gli scambi interpersonali.

Asperger prefigurava comunque una prognosi assai favorevole per i suoi soggetti, prevedendo che la spiccata originalità, anche se associata a carenze sociali, affettive e comunicative, avrebbe garantito buoni margini di successo nella vita. 

Le evidenze successive, purtroppo, smentirono decisamente queste previsioni ottimistiche. Oggi si parla di sindrome di Kanner per definire i casi di autismo più vicini alle classiche caratteristiche di isolamento, ripetitività, disturbo della comunicazione e di sindrome di asperger per soggetti meno compromessi, con una buona comunicazione verbale, un soddisfacente livello intellettivo è un consistente disturbo dell’interazione sociale reciproca.

Grazie all’impostazione teorica di Kanner, le teorie psicodinamiche furono il principale punto di riferimento nello studio dell’autismo, mentre le argomentazioni di Asperger, ebbero una diffusione molto limitata nella comunità scientifica del tempo. 

Furono indirizzati diversi sforzi per indagare la possibilità che la sindrome autistica fosse dovuta ad un’alterazione del rapporto madre-figlio. 

Il primo ad interessarsi a quest’argomento fu Bettlheim, egli parlo per la prima volta di madre frigorifero per descrivere un rapporto caratterizzato da carenza di contatto fisico, pratiche alimentari anomale, difficoltà nel linguaggio e nel contatto oculare con il figlio. 

Dal punto di vista dell’autore il bambino, percependo nella madre un desiderio, reale o immaginario, di annullamento, verrebbe colto dalla paura di annientamento da parte del mondo, dal momento che questo è rappresentato proprio dalla madre, dalla quale si difenderebbe con l’autismo. L’autismo sarebbe perciò, in quest’ottica, un meccanismo di difesa estrema rispetto a contesti relazionali vissuti come situazioni altrettanto estreme, simili a quelle dei campi di concentramento. 

Da ciò ne conseguì un dramma per i genitori: non solo erano già provati dalla nascita di un figlio che li rifiutava e che era totalmente diverso da come se lo erano immaginato, ma furono colpevolizzati di esserne la causa e sottoposti anche ad interventi psicodinamici.

Nel libro più famoso di Bettlheim, La fortezza vuota, del 1967, si parlava di percentuali elevatissime di bambini autistici guariti grazie ad un approccio residenziale e globale, in grado di rimettere in moto l’intero funzionamento psichico, compromesso dall’atteggiamento dei genitori. 

I risultati ottenuti da Bettelheim si dimostrarono assolutamente infondati e lo stesso Kanner, in un’appassionata conferenza tenuta all’assemblea della National Society for Autistic Chieldren nel 1969, esprime il suo dissenso per l’infondata colpevolizzazione dei genitori di bambini autistici, definendo “La fortezza vuota come il libro vuoto”.

Anche Frances Tustin (1972, 1981)  sosteneva che l’autismo fosse determinato da una rottura troppo precoce del legame madre bambino, In un periodo in cui il bambino non è in grado di fronteggiare tale separazione che verrebbe vissuta come una rottura della continuità corporea ho addirittura come una perdita una parte del proprio corpo. Dunque l’autismo sarebbe legato a un difetto della cura da parte della madre. Con il passare degli anni questa teoria, di considerare l’autismo come meccanismo di difesa subì delle modifiche perché prendeva sempre più strada l’idea di un substrato biologico nella sindrome; nel 1959 Goldstein suggerì di considerare l’autismo come un meccanismo di difesa secondaria a un deficit organico. 

Progressivamente perse sempre più di significato l’interpretazione psicoanalitica, poiché una serie di sperimentazioni evidenziarono in maniera sempre più marcata il determinismo biologico alla base della sindrome. 

Soltanto a partire dagli anni 60 del secolo scorso, aumentarono le critiche dell’interpretazione psicodinamica, accusando questo modello di colpevolizzare ingiustamente genitori di bambini con autismo, genitori che non mostravano tratti patologici o di personalità significativamente diversi da quelli dei familiari di bambini non affetti dalla sindrome. 

Nel 1964 con Rimland si sostenne, finalmente, che la causa della sindrome autistica non fosse legata ai genitori ma che avesse una base organica; per questo autore, infatti, l’autismo deriva da una alterazione morfologica a base organica. 

Negli anni 60 contributi molto importanti, per la conoscenza della sindrome autistica e soprattutto per l’individuazione di modelli di intervento in grado di superare l’approccio psicoanalitico: si ebbero con Lovaas e di Schopler.

In particolare a Lovaas e ai suoi collaboratori, si deve il modello di intervento rivolto ai bambini autistici, basato sui principi dell’analisi comportamentale applicata.  

Questo intervento ha consentito ad alcuni bambini di ottenere una vita discretamente adattata, quindi si tratta di un intervento che ha raggiunto traguardi significativi pur andando in contro a critiche significativi.

Con la teoria comportamentista, l’autismo viene considerato come una sindrome su base neurologica, che si manifesta con delle modalità comportamentali soggette a cambiamenti, grazie ad una serie di interazioni specifiche con l’ambiente. 

Il bambino autistico non riesce facilmente ad apprendere dal proprio ambiente se non vengono predisposte, almeno all’inizio del trattamento, adeguate modalità di facilitazione promosse non solo dai terapisti, ma anche degli insegnanti e genitori. 

 
 Frith Uta, L’autismo, spiegazione di un enigma. Roma, Edizione Laterza. 2005.
 Cottini Lucio, L’autismo a scuola. Quattro parole chiave per l’integrazione. Roma, Carrocci Faber. 2016
 Ibidem
 Frith Uta, L’autismo, spiegazione di un enigma. Roma, Edizione Laterza. 2005.
 Cottini Lucio, L’autismo a scuola. Quattro parole chiave per l’integrazione. Roma, Carrocci Faber. 2016 

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